L'impatto, i soccorsi e la chirurgia
Ho il sorriso stampato in faccia mentre risalgo due gradini alla volta la lunghissima scalinata che porta alle Nungnung Waterfalls, nel centro dell’isola. Il mototassista di Grab (l’Uber indonesiana) mi aspetta alle 16 in punto in cima al sentiero. Sono ancora zuppo e infreddolito per il bagno nelle cascate quando risalgo sullo scooter, direzione Ubud.
Il piano è tornare il prima possibile all’ostello per recuperare lo zaino e spostarmi a Denpasar poco dopo il tramonto.
Non so ancora che a Denpasar ci arriverò prima del previsto, ma non sulle mie gambe.
Alle 16.22 il mototassista K. supera a destra (in Indonesia si guida a sinistra) un’area di lavori in corso in una zona di campagna. In quel momento vedo un camion rosso sbucare in fondo al rettilineo. Anche il driver deve averlo visto, ma non si schioda dalla mezzeria. Vorrei urlargli «What are you waiting for?». Passano i cinque secondi più lunghi della mia vita. Arriva il momento in cui capisco che l’impatto è inevitabile. Mi si gela il sangue. Vengo investito dal rumore del clacson che si fa sempre più acuto. Poi dal vento. Lo scooter fa una sterzata brusca verso sinistra, ma è troppo tardi.
Un’enorme sagoma rossa sfreccia a pochi centimetri dalla mia faccia.
Sento uno squarcio alla gamba destra.
Poi, il volo.
Sbalzato in avanti, striscio e rotolo per oltre 5 metri sull’asfalto prima di urtare il marciapiede.
«Sta succedendo davvero», penso.
«Credo che il viaggio sia finito qui. Non vedrò Lombok o l’isola di Komodo». Sono quasi infastidito. Mi metto subito a sedere in un rush di adrenalina. Quando guardo giù non vedo una gamba, ma una massa aliena che non mi appartiene.
Un geyser di sangue inizia a zampillare da quella che fino a qualche secondo prima era la mia tibia. Premo sui monconi ossei nel tentativo di spingerli dentro. Il driver, intanto, è già tornato in sella alla moto, illeso. Fissa la mia gamba con un’espressione di shock che non dimenticherò mai. Gli urlo di aiutarmi: «Ambulanz sekarang, permisi» (Ambulance now, please). Ma lui non reagisce. Ha il vuoto negli occhi. Prima che io riesca a dire altro lo vedo andarsene, senza voltarsi indietro.
Capisco che tutto sta per finire su un anonimo marciapiede dell’Indonesia, a migliaia di chilometri da casa.
Mi sforzo di non svenire. Raccolgo tutte le energie per urlare e sbracciare alle auto che passano. Alcuni si fermano, ma solo per tirare fuori il cellulare e filmare la scena. Mi guardano come se fossi spacciato. Scuotono la testa come a dire “Povero turista, un’altra vittima della strada”. Poi ripartono.
Alle 16.28 mando la posizione in tempo reale alla mia amica brasiliana, Julia. Si trova nel nord dell’isola con il ragazzo, a due ore e mezza di curve: «Ambulance, please. Amiga, não quero morrer».
Passano cinque o dieci minuti prima che un signore sulla sessantina si offra di chiamare i soccorsi. In vita ha una giacca a vento. Gliela chiedo in prestito e la stringo a mo’ di laccio emostatico sulla coscia per frenare l’emorragia. Quello sconosciuto potrebbe essere mio padre: mi tiene le mani e prova a tranquillizzarmi. «Don’t worry, they’re coming». Resto sdraiato per terra a guardare le palme e il cielo nel tentativo di restare vigile. Uso la borsa fotografica come cuscino.
Dieci minuti dopo arriva l’ambulanza. Il trasporto è traumatico: a ogni dosso sulla strada le ossa entrano ed escono dalla gamba. Mordo una coperta per il dolore, mentre un’infermiera preme forte sulla coscia, aiutata dal signore. Julia intanto mi tempesta di messaggi: è già salita in moto per raggiungermi. Sua madre -che non smetterò mai di ringraziare- è in linea da Rio de Janeiro con la mia assicurazione sanitaria per attivare l’assistenza.
Il viaggio in ambulanza è molto più breve del previsto e la cosa non mi piace. Alle 16.42 arrivo in una piccola clinica di campagna. Mi parcheggiano nella sala di attesa, in attesa di un triage che non arriva. Chiedo all’infermiera dell’ambulanza di restare al mio fianco a comprimermi la gamba.
Mi bastano pochi minuti per capire che non riceverò alcun trattamento e che i medici non hanno alcuna intenzione di trasportarmi in un ospedale vero. Urlo e piango per mezz’ora. Mi sento impotente. «Send an helicopter please, I need surgery now». Provo a spiegare che i soldi non sono un problema, che ho un’assicurazione sanitaria, ma la dottoressa di turno dice che non può farci niente.
Non ci sono ospedali in zona, né tanto meno elicotteri.
Alle 17.15 due agenti di polizia entrano nella clinica, forse allertati dallo stesso signore che mi ha salvato. Stringo la gamba a uno di loro: «Please, please, I could be your son, please, don’t let me die here». In lui si smuove qualcosa, mi guarda con gli occhi lucidi e promette di aiutarmi.
Dopo quindici minuti sono su una nuova ambulanza, diretto a un ospedale pubblico. Stavolta sono i poliziotti a reggermi la gamba. Recupero un po’ di speranza. Ne approfitto per videochiamare una delle persone più importanti della mia vita. Parlare mi fa bene: ristabilire un contatto con l’Europa mi fa sentire ancorato alla realtà.
Non sono solo un’anonima vittima della strada indonesiana. A casa ho gente mi aspetta.
Un motivo per cui lottare.
Alle 17.39 arrivo all’RSD Mangusada, appena fuori Denpasar. I soccorritori dell’ambulanza aspettano che gli agenti di polizia se ne siano andati prima di affidarmi al triage del pronto soccorso. Alcune settimane più tardi scoprirò il perché. Gli autisti hanno ricevuto l’ordine dal personale della guardia medica di dichiarare il falso sui miei ultimi spostamenti: nella raccolta dell’anamnesi riferiscono di avermi raccolto sul luogo dell’incidente alle 17.30, omettendo i 45 minuti di permanenza alla clinica. Quando i miei futuri avvocati si presenteranno in struttura per chiedere spiegazioni i medici produrranno una lettera di dimissione farlocca, compilata e firmata sul momento.
La sala di attesa del pronto soccorso sembra un campo di battaglia: ci sono molti feriti. Tra di loro anche un italiano sulla trentina: «Bring me my wife», urla. Gli infermieri sono talmente occupati che ignorano le mie richieste di aiuto. Uno di loro si avvicina con un ghigno di beffa.
«You tourists never learn. Motorbikes are dangerous. You will die now».
Provo a rispondergli ma non ho le forze. Il dolore inizia a essere molto più intenso: il picco di adrenalina è passato. Sono passate ormai quasi due ore dall’incidente e non ho avuto neanche un paracetamolo.
Dopo qualche minuto lo stesso infermiere ritorna dicendomi che dovrà girarmi la gamba per comprimere l’arteria rotta. «Please give me some morphine, at least». Mi risponde che non ce l’hanno, ma dopo qualche minuto ritorna con del fentanyl. Assurda la vita: dopo aver più volte scritto e parlato di fentanyl nel 2024, tocca a me provarlo in prima persona. Non passano neanche tre secondi dall’infusione e vogliono già ruotarmi l’arto. Chiedo almeno un pezzo di legno da mordere durante la manovra.
Il dolore che provo è il più acuto mai provato. Urlo, piango e mordo l’abbassalingua fino a spezzarlo.



Alle 18.40 mi portano a fare i raggi, ma nessuno mi dice nulla sulle tempistiche della chirurgia. La gamba, intanto, continua a perdere sangue. Devono sostituirmi la traversa ogni venti minuti.
Poco prima delle 19 sento una voce familiare. È la mia amica Julia. Corre ad abbracciarmi, non riesce a trattienere le lacrime. Stringere le sue mani e quelle del suo ragazzo mi dà forza.
Non sono più solo.
Arrivano proprio nel momento in cui ne ho più bisogno. Sento la gola secca, la vista è annebbiata è la coscienza inizia a venir meno. Chiedo a Julia di chiamare le infermiere.
Quando mi misurano i parametri, sono spaventate: una fa segno all’altra di non tradurre. «Lima puluh, tiga puluh», sento bisbigliarle.
Ho la pressione arteriosa di 50/30. La frequenza cardiaca è schizzata a 150 bpm. Sono in shock emorragico classe IV
Mi mettono subito due accessi venosi, 500 cc di fisiologica e 500 cc di ringer lattato in contemporanea, ma i liquidi non bastano.
Julia mi compra due bottigliette di succhi freddi, che mando giù in meno di cinque minuti. Nel frattempo mi viene messa una maschera di Venturi per l’ossigeno, come da protocollo nelle manovre di resuscitation.
Poco dopo arriva una sacca di sangue, la prima di sei. Inizio a riprendermi. Julia giura che sto recuperando anche un po’ di colore. Intanto provo a muovere le dita del piede, ma niente. Non si schiodano di un millimetro. La gamba sembra un blocco di marmo. Ho il terrore di avviarmi verso una sindrome compartimentale, con compressione delle strutture nervose. Julia prova a sorridermi rassicurante, ma ogni volta che può va a piangere dietro a una colonna. Chiede di parlare con i medici almeno tre volte per sapere a che ora sarò operato, ma nessuno sa dirle nulla.
Nel mentre, inizio a scrivere sui vari gruppi Whatsapp.
Arrivano le prime videochiamate. I miei amici cercano di nascondere lo shock nel vedermi bianco come un lenzuolo con la maschera di ossigeno. Vedere la loro impotenza dall’altra parte dello schermo mi uccide. Mi mandano forza: «Andrà tutto bene, tra qualche settimana ti vogliamo qui a ballare la techno».
Sono passate ormai quattro ore dall’incidente ma non ho ancora trovato la forza di chiamare i miei. All’improvviso, come se stesse iniziando a percepire qualcosa, arriva una telefonata di mia madre. Per non farla preoccupare rispondo: chiede perché non riesce ad accedere a Facebook. Non ho le forze per spiegarglielo e non voglio che senta i rumori del pronto soccorso. Taglio corto dopo alcuni secondi di conversazione. «Sei strano. Sicuro sia tutto OK?», mi chiede prima di riattaccare.
Julia mi convince ad affrontare la realtà. Non posso tenere nascosta una così grande. Ho bisogno della mia famiglia. La richiamo con la voce strozzata.
«Mamma, in effetti non è tutto OK».
A turno mi chiamano tutti. La prima reazione di mia sorella è un grido di disperazione: «Perché? Perché tutte a me? Cosa cxxxo ho fatto di male nella vita per meritarmi tutto questo?».
Gli altri miei fratelli provano a mantenere la calma. Poco dopo le 22 locali arriva la notizia che non ci sono chirurghi a disposizione. Mi avrebbero trasportato in un altro ospedale per l’operazione, ma non si sa quando. «Non prima delle cinque di mattina», dice un infermiere. .
Julia e sua madre, intanto, coordinano le procedure burocratiche con la compagnia di assicurazione. L’ospedale chiede prova di pagamento anticipato per ogni singola sacca di sangue e fiala di fentanyl che ricevo. La centrale operativa di Coverwise è sul punto di farmi trasferire in una struttura di fiducia per facilitare il processo, ma i tempi di attesa per la chirurgia rischiano di dilatarsi.
Dopo sei ore dall’incidente mi somministrano la prima dose di antibiotico per scongiurare la sepsi. Nonostante le sacche di liquidi e di sangue dal catetere vescicale non è uscita neanche una goccia di urina. Sono in blocco renale. Le ore da mezzanotte alle tre sono le più difficili. Il PS si svuota e resto io su una barella con Julia a tenermi la mano. Il telefono non smette di squillare. Alle due ho l’ultima videochiamata con mia madre, la più straziante. Ho appena firmato il consenso informato per il trasferimento e l’intervento, in cui accetto un rischio di morte di circa il 30-40%. «Sono sereno. Qualunque cosa succeda vi voglio bene. Vi ringrazio per questi ventinove anni insieme».
Non sono frasi fatte.
Inizia davvero a farsi strada una strana serenità dentro di me.
Mi dico che il destino è più grande di tutti noi. Ce la metterò tutta per sopravvivere. Lo devo ai miei familiari e ai miei amici. Ma non tutto può essere sotto il mio controllo.
Con Julia che mi tiene ferma la coscia il trasferimento è meno traumatico del previsto.
All’arrivo al Murni Teguh Hospital di Denpasar (03.30 del mattino circa) c’è una nuova complicazione. Dalla reception vogliono il pagamento upfront dell’intero intervento chirurgico da parte dell’assicurazione. L’autorizzazione ci mette un’ora e mezza ad arrivare. Io, intanto, sono distrutto. Per l’effetto combinato di fentanyl e benzodiazepine sto per addormentarmi. I medici dicono a Julia di tenermi sveglio. Lei riproduce l’album Brat di Charli Xcx su Spotify. Von Dutch, in particolare, è la mia nuova ossessione nella Brat Summer 2024. Ballo con le braccia e rido, pensando a quanto sia fortunato, nonostante tutto. Julia mi fa un video e lo invia ai miei amici su un gruppo Whatsapp creato ad hoc per gli aggiornamenti, “Simone News”.
È il mio ultimo saluto prima dell’intervento. Poco prima delle cinque di mattina mi chiamano in sala. Tremo per il freddo e la paura. Negli istanti precedenti l’anestesia passo in rassegna i volti più importanti della mia vita. Mio nipote Leo, i miei migliori amici. Con la mente volo a Messina, Roma e Nocera Inferiore. «Addio», penso. «Arrivederci», spero.