Il tracollo
N.B.: Questo capitolo è molto denso, a tratti ripetitivo (gli ultimi diciotto mesi, purtroppo, lo sono stati). Contiene dettagli su tutte le chirurgie fallite. Non mi offendo se deciderai di leggere in modalità “avanti veloce”.
A fine gennaio salgo a Bologna per il terzo check-up post-operatorio. Brutte notizie: ho la pseudoartrosi. Un nome un po’ equivoco che gli ortopedici usano per definire il mancato consolidamento dell’osso dopo una frattura.
In parole semplici, la tibia non guarisce.
Il chirurgo non mi propone soluzioni, perché i rischi superano i benefici. Nel caso in cui si tratti di una pseudoartrosi infetta, l’infezione potrebbe andare in circolo causando danni ben più gravi. Meglio lasciar dormire il cane che dorme, per adesso. Scendo dal Rizzoli con il vuoto negli occhi. Mi fermo a piangere ai Giardini Margherita.
Inizio a capire che sarà un tunnel lungo, molto più lungo del previsto.
La gamba, intanto, inizia a farmi sempre più male. Torno a camminare con le stampelle. A marzo decido di chiedere altri pareri. Non accetto che questa sia la situazione definitiva: deve esserci una soluzione per ricostruire la tibia. Prendo un treno e salgo a Milano. Al Galeazzi condividono la visione di Bologna. Al Policlinico Sforza, invece, mi propongono una soluzione in due tempi, la tecnica di Masquelet, di cui avevo già sentito parlare.
La prima fase prevede la sostituzione dell’osso “marcio” con un cilindro di cemento antibiotato. Il sistema immunitario aggredisce il corpo estraneo formando una membrana biologica vascolarizzata, che dopo otto settimane fungerà da contenitore per l’innesto osseo definitivo preso dall’anca.
Mi avvertono, però, che sarà una strada lunga (il primo intervento non avverrà prima dell’estate) e che la gamba non tornerà mai come nuova.
Sono demoralizzato, ma almeno ho qualche prospettiva di miglioramento.
Per procedere con la Masquelet, allo Sforza mi richiedono una PET. I risultati arrivano a inizio maggio: non sembrano esserci segni di infezione. Invio il referto anche a Bologna, sperando che, alla luce dell’esito negativo, l’équipe del Rizzoli mi proponga la stessa chirurgia in tempi più rapidi.
Il giorno dopo mi chiama il professore in persona: “Ho visto la PET. La tua situazione è una m***a. Il referto è equivoco. L’infezione c’è, ed è anche molto diffusa. L’unica strada è l’Ilizarov”.
Mi crolla il mondo addosso: l’Ilizarov è la tecnica che più temo. Significa restare con un fissatore esterno per più di dodici mesi.
Il prof. aggiunge che nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi e che bisogna fare l’intervento in libera professione. Il costo è di 15.000 €. Io, però, non ho ancora ricevuto un euro dal giorno dell’incidente. Le trattative con Grab e con l’autista sono congelate sino al mio ritorno a Bali. Non ho voglia di chiedere soldi ai miei per un intervento cui dovrei avere diritto nel pubblico.
Passo intere giornate a letto, non voglio vedere nessuno.
Poi reagisco, ma continuo a ignorare il problema. Mi circondo di amici, esco, vado a feste. Faccio di tutto per non pensare alla spada di Damocle che incombe sulla mia testa. Intanto il dolore aumenta e inizio a notare una sporgenza bianca sulla gamba.
Tutti gli ortopedici sono concordi: si sta formando una fistola purulenta a partenza dall’osso. Una notte, però, illuminando la zona con il flash, vedo un codice seriale in trasparenza. Sono uscito pazzo, penso.
Interrogo Google e ChatGPT: quella capocchia rotonda non è pus, ma una vite della placca inserita in Indonesia. Si è allentata ed è migrata a fior di pelle, pronta a fuoriuscire.
Preparo uno zaino in meno di venti minuti e parto per Milano. Prima di andare al pronto soccorso mi fermo a un Burger King 24h nei pressi del Policlinico. Nel tempo passato a mangiare un hamburger decido di cambiare destinazione: non andrò allo Sforza ma al CTO Gaetano Pini. Su internet sembra uno dei migliori per traumi complessi come il mio.
I medici capiscono che la situazione è seria, ma non un’urgenza tale da ricoverarmi subito. Il primario mi vuole incontrare: dice che la tibia non è in condizioni disastrose. Forse basta rimuovere la placca mobilizzata e sostituirla. Nello stesso intervento può sbloccarmi il ginocchio, evitandomi un’operazione ad hoc a distanza di mesi.
Sono felicissimo: posso prendere due piccioni con una fava.
La settimana dopo sono già sotto i ferri. Al risveglio dall’anestesia mi danno la brutta notizia: la tibia non era ben messa come sembrava. Hanno dovuto fare un primo tempo di Masquelet (proprio come preventivato al Policlinico). Toccherà fare il secondo tempo della chirurgia a distanza di mesi.
Una parte di me se l’aspettava, va bene così. È una delusione solo parziale, perché sul fronte ginocchio l’intervento è stato un successo. In sala hanno raggiunto un range of motion di 120°. Non mi sembra vero. Il blocco del ginocchio è sempre stata la mia ossessione. Nei mesi passati non riuscivo a dormire, sia per il dolore sia per il pensiero di non poter recuperare attività banali come alzarmi da una sedia, camminare in discesa o fare le scale.
Il post-operatorio è molto duro, ma in reparto incontro persone con storie simili alla mia. Tutti i giorni ci troviamo sulla scala anti-incendio del terzo piano, per raccontarci un pezzetto di vita alla volta. Ci diamo forza a vicenda.
Inizio l’estate con relativo ottimismo. Penso di essere sulla buona strada.
Presto, però, arriva il momento di scontrarmi con la realtà: anche con fisioterapia quotidiana non riesco a portare il ginocchio oltre i 60/70° di flessione. La ferita chirurgica non si chiude: continua a perdere essudato e diventa sempre più irregolare, fino a trasformarsi in una fistola.
A metà luglio salgo a Milano per un controllo. Mi dicono che per la seconda fase di Masquelet bisogna aspettare. Vogliono prima fare chiarezza sulle condizioni della tibia. Richiedono altri esami e mi danno appuntamento a fine estate.
La fase romana
Quando rimetto piede a Roma, inizio a sentirmi strano. All’inizio è solo una grande stanchezza, che non passa con il sonno e con il caffè. Poi arrivano i brividi e la confusione mentale. Mi misuro la febbre: 38 e mezzo. Non ho tempo di risalire a Milano. Corro in pronto soccorso all’Umberto I, dove mi raggiunge la mia amica Giorgia.
Gli esami del sangue non lasciano dubbi: è un esordio di sepsi, l’infezione batterica sta andando in circolo.
Ho di nuovo paura di morire.
Sta per avvicinarsi l’anniversario dell’incidente. Si fa strada dentro di me il pensiero che forse ho sbagliato qualcosa. Che l’universo aveva tentato di darmi una seconda chance ma io l’ho sprecata. Adesso la morte sta tornando a saldare i conti.
Mi mettono la maschera per l’ossigeno, iniziano terapia antibiotica e paracetamolo tre volte al giorno. Il 24 luglio, a un anno esatto dall’incidente, il chirurgo mi dice che non c’è alternativa.
L’Ilizarov è l’unica strada per evitare l’amputazione.
La decisione finale, però, spetta a me. Sono paralizzato: mi assegnano una psicologa per aiutarmi a metabolizzare il tutto e firmare il consenso alle cure.
Sprofondo in uno stato depressivo. Passerò un’altra estate incarcerato e dodici mesi con la gamba ingabbiata. Non vedrò la luce in fondo al tunnel prima dell’autunno 2026.
Mentre fuori la vita scorre, io mangio minestrine a letto alle 18 e guardo le giornate consumarsi dalla finestra.
Il tramonto è il momento peggiore. Piango quasi tutti i giorni.
Il 30 luglio mi fanno una prima operazione di debridement (pulizia dell’osso), per fare le colture e stabilire la terapia antibiotica più adeguata. In sala mi mettono anche una VAC, un macchinario che aspira l’essudato dalla gamba, 24 ore su 24. Chiunque l’abbia provata concorda che la VAC è un aggeggio infernale: è ingombrante e suona in continuazione per la perdita di vuoto o la batteria scarica. Ancora oggi mi capita di svegliarmi di soprassalto, convinto di sentire il bip dell’allarme.
Il piano originale è quello di tenermi in reparto fino alla grande operazione di settembre. Vedendo il mio umore nero, i medici decidono di farmi un regalo. Poco prima di ferragosto mi dimettono con terapia antibiotica per bocca e una VAC domiciliare.
È una libertà condizionata. Devo salire a Roma tutte le settimane per le medicazioni. Tutto sommato un compromesso accettabile in cambio di una piccola dose di normalità.
Con mille precauzioni, riesco anche a passare alcune ore in spiaggia con due amiche del liceo. Metto i piedi nell’acqua.
È incredibile come anche le cose più semplici riescano a ribaltare il tono dell’umore.
A inizio settembre arriva il giorno più temuto. Sono convinto di starmi per sottoporre all’intervento più complicato dall’incidente.
L’equipe ortopedica sarà affiancata da un chirurgo plastico per la copertura della fistola, con un lembo muscolare peduncolato preso dal polpaccio destro (gastrocnemio mediale).
Entro in sala pensando di uscirne con un fissatore circolare di Ilizarov. Con grandissima sorpresa, al risveglio scopro che mi è stata fatta, per la seconda volta, una prima fase di Masquelet. Mi hanno applicato sì un fissatore esterno, ma monoassiale, da tenere solo alcuni mesi, fino alla seconda fase dell’intervento. In una tempesta di emozioni, mi riscopro di nuovo ottimista.
Dalla coltura intraoperatoria risulta un’infezione da S. epidermidis e S. aureus sensibile alla meticillina. Dopo otto giorni di ricovero e terapia endovenosa passo all’antibiotico orale e posso tornare in Sicilia.
Ancora una volta ho l’obbligo di presentarmi a Roma tutte le settimane. Una spesa non indifferente, considerando che da oltre un anno non lavoro. Ma non mi lamento: sto sviluppando una forza d’animo di cui non mi credevo capace.
A ottobre parto per Milano per uno stage giornalistico nella redazione di SkyTG24. Ѐ un’esperienza di assoluta normalità: conosco nuovi colleghi, costruisco una routine. Mi sento utile a qualcosa.
Inizio ad accettare la mia condizione: capisco che non è necessario arrivare in fondo al tunnel per iniziare a vivere una vita degna.
Poco prima di Halloween arriva una nuova batosta. Durante la medicazione settimanale i plastici si rendono conto che si è aperta una nuova fistola: il cemento antibiotato è esposto.
Devo ripartire da zero.
Non so più neanche io come sentirmi. Mi sembra tutto un grosso scherzo del destino. A fine novembre lascio Milano, pronto a rioperarmi. Dopo vari ritardi, la terza prima fase di Masquelet è programmata per i primi di dicembre. Temo che si debba rifare anche il lembo muscolare, ma riescono ad allungare quello già confezionato a partire dal gastrocnemio mediale.
L’intervento cade pochi giorni prima della mia laurea in giornalismo.
Fino all’ultimo spero di poter discutere in presenza, ma le dimissioni non arrivano per tempo. La proclamazione da remoto ricorda molto i tempi del Covid: giacca e cravatta sopra, pantaloni Adidas extra-large sotto, per contenere il fissatore esterno. Non ho una corona d’alloro ma la mia amica Martina me ne regala una virtuale.
Quel weekend sono previsti due giorni di festeggiamenti con tutti i colleghi. Il venerdì pomeriggio ho già lo zaino pronto per andarmene quando arriva la beffa finale. Nelle nuove colture hanno trovato un superbatterio, uno stafilococco multi-drug resistant. Dovrò restare in ospedale almeno altri sette giorni per impostare una nuova terapia antibiotica. Sono stanco, mi abbandono a un pianto di sfinimento.
Il martedì successivo mi fanno il quadro della situazione. La terapia standard prevede infusione endovenosa tutti i giorni per tre mesi. Dovrei restare ricoverato ben oltre il periodo natalizio. L’infettivologo riesce, però, a ottenere dal comitato spese un trattamento off label con dalbavancina (somministrazioni ogni 2 settimane e poi ogni 30 giorni).
Il natale è salvo.
La mia fortuna è che, in questa storia, a ogni mazzata segue sempre una magra consolazione che mi fa tirare un respiro di sollievo.
Ancora una volta torno in Sicilia. Ancora una volta so che ogni mercoledì sera c’è un Intercity Notte da prendere.
Stavolta le cose iniziano a mettersi male sin dall’inizio.
I punti non si chiudono: c’è qualcosa che spinge da sotto e mette in tensione la linea di sutura. Pochi giorni prima di natale scoprono un ematoma organizzato (un cumulo di sangue rappreso) sotto il lembo. Lo rimuovono e mi risuturano a carne viva.
Per alcune settimane i punti sembrano tenere, ma ho lo strano presentimento che ancora una volta stia andando tutto a rotoli. Sono depresso. Passo il mese di gennaio a dormire, mangiare dolci e guardare 140 episodi di una serie turca con mia madre.
A inizio febbraio le mie paure si rivelano fondate. Mentre faccio la medicazione quotidiana tocco qualcosa di duro sotto i guanti. Inorridisco.
È il cemento. La copertura è fallita ancora una volta.
Quando salgo a Roma i medici non sanno più che dirmi, se non che sono molto sfortunato. Le procedure sono sempre state eseguite in modo corretto.
Si deve iniziare tutto da capo: quarta prima fase di Masquelet, nuovo distanziatore antibiotato, nuovo lembo. Stavolta non ci sono più muscoli disponibili nella gamba destra. Devono prendere un lembo libero dalla coscia sinistra (Anteromedial Thigh).
“Stavolta deve andare bene”, mi dicono.
È la penultima cartuccia per salvare la gamba dall’amputazione. L’ultima è sempre lei, l’Ilizarov. Una prospettiva a cui adesso non voglio neanche pensare.
Il 4 marzo entro in sala per l’intervento n.7, il più lungo e complesso dall’Indonesia. Ci vogliono dodici ore di microchirurgia per collegare i vasi sanguigni del lembo con quelli del sito ricevente. Mi sveglio la sera tardi in terapia intensiva, dove passerò due giorni sotto stretto monitoraggio.
Fentanyl, ossigeno, ECG continuo. È un film già visto.
La prima medicazione dei plastici è traumatica. Conoscere la teoria dietro un lembo libero è una cosa, vederne uno con i propri occhi è un’altra.
Adesso ho due gambe deturpate, anziché una.
Sono debolissimo. Mi ci vuole quasi una settimana per riprendermi. Due per lasciare il letto e tornare a camminare con un deambulatole. A distanza di quasi un mese sono ancora ricoverato in attesa che il lembo si stabilizzi. Se tutto andrà come deve andare e se l’infezione non comprometterà anche questa copertura, a fine aprile/inizio maggio è previsto il secondo tempo di Masquelet. Chirurgia numero otto.
Salvata la gamba, toccherà pensare al ginocchio.
Ho da poco superato la soglia dei cento giorni totali di ricovero.
Cento giorni di: sveglia alle sei, «buongiorno, dobbiamo misurare la pressione», dormiveglia, «ecco il gastroprotettore», dormiveglia, «ti laviamo noi o fai da solo?», colazione con latte e orzo perché «non ci portano più il caffè», «non preoccupatevi ce lo metto io», dormiveglia, giro visite dei medici, «doc, lui è il paziente che le dicevo che si è fatto male in Thailandia», «Indonesia, ero in Indonesia», cambio medicazioni, pranzo alle 12, «potete svuotarmi il pappagallo, grazie?», abbiocco pomeridiano, sveglia di soprassalto per attaccare l’antibiotico, «l’accesso non va più, dobbiamo cambiarlo», «ma come è possibile? Sei così giovane eppure hai delle vene durissime, dobbiamo fare un altro buco», cena alle 18, “anche oggi il solito minestrone di verdure“, noia, Netflix, «il pappagallo, per favore», insonnia, «chi ha suonato?», «Io, potrei avere un antidolorifico? Grazie», insonnia e pensieri che non lasciano tregua, “non ci credo, riesco a correre e saltare!”, “ah no, era solo un sogno” .
Ma anche cento giorni di empatia e gentilezze da parte di medici, fisioterapisti, OSS e infermieri. Di confidenze con compagni di stanza e specializzandi. Cento giorni di mio padre e mia madre che mi portano la colazione al letto. Di Giorgia Marelli (dovrebbero fare una statua a quella ragazza) che mi riempie di piadine e supplì, un pomeriggio su due. Di amici e colleghi che si alternano ogni weekend per portarmi un po’ di comfort e food e sostegno morale.
Nel bene e nel male, cento giorni. Che presto diventeranno centocinquanta.
(STORIA IN COSTANTE AGGIORNAMENTO)
I tempi lunghissimi delle cure ortopediche, intanto, non vanno d’accordo con quelli della giustizia indonesiana.
La polizia ha fretta di archiviare il caso. Vogliono che io torni il prima possibile a testimoniare. Né i legali né l’ambasciata italiana sono riusciti a ottenere un interrogatorio a distanza. Fare avanti e indietro da Bali a mie spese sembra l’unica strada per proseguire con la causa e sperare in un misero risarcimento.
Un finale ancora da scrivere
Se siete arrivati a leggere fin qui, forse adesso vi aspetterete di trovare un finale rassicurante. Un take-home message, una morale della favola. Qualcosa che rinforzi l’opinione consolatoria che a tutto si possa -e si debba- trovare trovare un valore positivo. Anche agli incidenti o alla malattia.
Questa è, però, una storia in evoluzione. Anche se sono passati diciotto mesi, gli eventi continuano a rimbalzarci al primo capitolo. Non posso ancora prevedere come si metteranno le cose negli anni a venire, né quali saranno le mie sensazioni in retrospettiva, quando tutto questo sarà finito. Al momento convivono dentro di me due forze di segno opposto. Speranza e disperazione. Sarebbe ingiusto dare voce solo a una faccia della medaglia.
Ho deciso quindi di lasciare due finali aperti (click su menù a tendina). Entrambi veri, in ugual misura.
FINALE 1
1
24 gennaio 2013. Alla festa a sorpresa per il diciottesimo mia sorella Cristina -di 17 anni più grande- mi consegna una di quelle lettere destinate a lasciare uno squarcio. L’ha scritta di getto in treno, aprendo i rubinetti delle emozioni e dei non detti. Dentro c’è la storia della nostra vita. C’è tutta la luce che dal 1995 vede in me. La lettera finisce con una frase in maiuscolo: NON PERDERE MAI LO SMALTO CHE TI CONTRADDISTINGUE. Un augurio innocuo, all’apparenza. Tocca, però, una corda profonda. O un nervo scoperto. Non mi è chiaro se sono più scosso dalla gioia di vedere così tanta stima riposta in me o dall’insostenibile responsabilità che ne deriva. Fatto sta che piango a dirotto -e lo faccio tutt’oggi quando ripenso a quelle parole.
Già a 18 anni ero consapevole che sarebbe bastata una serie di scelte sbagliate per offuscare la mia luce. Non riuscivo a decidermi su un percorso che mi facesse brillare, così mi convincevo che la strada migliore fosse non differenziarmi.
Restare una cellula staminale impazzita, in continuo movimento. Ho fatto del dinamismo e dell’imprevedibilità il mio marchio di fabbrica.
A 28 anni avevo già cambiato nove città in tre Paesi. Il mio Curriculum Vitae sembrava una superc***ola scritta da un ubriaco. Liceo scientifico PNI e liceo classico. Ingegneria dei materiali, Medicina, Giornalismo. Due Erasmus e tre Workaway. Esperienza come receptionist, bartender, manager d’hotel. Più di sei lingue straniere, ma nessun certificato che le attestasse. «Quante vite hai vissuto, Simonsalvo?». Frasi del genere solleticavano il mio ego, mi davano l’illusione di un’esistenza epica.
Anch’io sono stato vittima della F.O.M.O. generazionale dei late millennials. Fino all’ultimo ho cercato di ficcare quante più esperienze possibili dentro i miei vent’anni. Festival techno, viaggi intercontinentali. E poi serate tutti i fine settimana, giovedì, venerdì, sabato. “Esco lo stesso, non importa se domani lavoro”. «Sei pazzo Simonsalvo».
Sì, sono pazzo, ma la vita è una stella cometa e io non voglio smettere di bruciare.
A sei mesi esatti dai trenta, invece, mi spengo come un cerino sotto una secchiata d’acqua fredda. Io, che avevo basato la mia intera personalità sul movimento, mi trovo costretto a fermarmi e confrontarmi con i miei demoni. Rifiutavo la malattia, la noia, la vecchiaia. Come in un contrappasso dantesco, adesso ho dolori ovunque, passo le giornate a letto e dipendo dall’INPS. La notte non riesco a dormire. Bombardo ChatGPT in cerca di pareri medici o rassicurazioni. “Tornerò mai come prima?” (so già la risposta). “No, Simone, non tornerai come prima, ma svilupperai una nuova versione di te, più lenta, più profonda, più resiliente”. Io però non voglio essere già a trent’anni un vecchio saggio che guarda il mare e regala perle di vita ai quattordicenni. Io voglio ballare, saltare, viaggiare. Ma che ne sa l’AI di cosa si prova a stare chiusi per mesi in un ospedale e sentirsi in prigione, mentre fuori la vita scorre?
Sto perdendo il mio smalto e in modo irreversibile.
Una cosa giusta, però, Chat l’ha detta: “Non chiederti chi eri prima dell’incidente. Chiediti chi sei quando sei immobile e non hai modo di scappare da te stesso”. Chapeau. La verità è che dopo diciotto mesi di fermo non ho ancora una risposta. “Approfitta di questa pausa forzata per conoscerti e capire cosa vuoi veramente”.
Forse è questa la ragione perversa per cui l’ospedale, da prigione, sa trasformarsi -all’occorrenza- in una culla rassicurante. Se è vero che restare soli con i propri pensieri in una cella 4×4 è una tortura, anche naufragare nel mondo esterno senza una direzione può esserlo.
Nel dubbio, però, io scelgo e sceglierò sempre il mare aperto. Mi scuso con Osho e tutti gli yogi.
Ridatemi la techno, lo sport e i viaggi. Io fermo non so stare.
FINALE 2 (un po' morale)
2
L’altra parte di me insiste che non riuscirò mai ad accettarmi, ma non è così. Che mi piaccia o no è un processo già in corso, che devo assecondare.
Inizio a scalpitare e scalciare meno.
Non so quante estati passeranno prima che io torni a fare il bagno a mare, quanti mesi prima di camminare senza stampelle. Quanti anni prima di un’uscita in bicicletta, un allenamento completo in palestra, una giornata di trekking. Non so neanche se tutto questo sarà raggiungibile o se è solo una chimera a cui mi aggrappo per non crollare del tutto.
So, però, che quella che mi sembrava una vita sospesa è, in realtà, solo una vita diversa, con cui da poco sto imparando a convivere. Negli scorsi mesi e anni sono stato circondato da persone bellissime, che mi hanno dimostrato cosa vuol dire l’amicizia. Mi sono state accanto con un piatto di pasta, un bicchiere di vino, una passeggiata al parco.
Dico sempre che mi manca improvvisare: è complicato quando hai un’autonomia così bassa. Qualche piccola deviazione, però, sono riuscito ad abbozzarla. Ho trascorso brevi periodi fuori casa, incontrato nuovi compagni di viaggio, condiviso storie.
Sto riuscendo, con fatica, ad arredare il tunnel per renderlo un po’ più colorato.
Non posso scalare l’Everest -e neanche i Colli Albani- ma posso leggere, scrivere, produrre musica techno con Ableton, migliorare il tedesco. Anche se in modo più adagiato, meno irrequieto, sto continuando a vivere.
Ciao simo, la tua storia mi ha appassionato molto, anche se non ci conosciamo sappi che ho tanta ammirazione per la forza e il coraggio che ci stai mettendo ad affrontare questa terribile situazione. Ti auguro di tornare a fare quello che ami al più presto.
Un abbraccio Yuri
La tua storia mi ha profondamente commosso… Ti abbraccio ❤️
… Sono le 8.25 di un sabato mattina e dalle 6.15 circa sono incollata allo schermo, come fossi silenziosamente affacciata ad una finestra che grazie ad uno scorcio mi permette di posare lo sguardo su una strada: quella della tua vita.
Mi ci sono imbattuta per caso, proprio io che amo dormire, mi sono svegliata all’alba e non riuscendo più a riprendere sonno ho iniziato a fare ciò che di solito mi aiuta a fare calare la palpebra nel più breve tempo possibile: lo scrolling.
Così per caso, mi é comparso il tuo post e mi ha completamente rapita.
Ho iniziato a leggere la tua storia tutto d’un fiato, e, riga dopo riga, parola dopo parola, immagine dopo immagine, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, ho iniziato ad avvertire un pugno prepotente nello stomaco, ad avere quell’esigenza di arrivare fino in fondo, come se si trattasse della storia di una persona a me cara a cui tengo, e senza la quale non avrei potuto girarmi dall’altro lato e continuare la mia vita.
Proprio io che sono una perfetta boomer e l’imperfetta user di Instagram per eccellenza (fosse per me lo avrei fatto fallire anni fa dato che non commento praticamente mai niente, nemmeno i contenuti che trovo utili e interessanti)
E poi…. Io nemmeno ci credo al caso.
Così ti sto scrivendo, innanzitutto per ringraziarti.
Per avere avuto e per continuare ad avere il coraggio di raccontare la tua immensa storia, per la fatica che, oso solo immaginare, tu abbia fatto, e faccia, a ripercorrere quanto successo e a metterlo nero su bianco.
A volte la vita ci sovrasta e ci mette davanti a sfide impossibili che non avremmo mai avuto neppure il coraggio di immaginare
Io vorrei dirti tante cose, come tutte quelle che sei riuscito a smuovere dentro di me, ma ahimè non ho la tua stessa capacità di toccare tanto delicatamente quanto profondamente temi così grandi.
Vorrei chiederti, per favore, di continuare a scrivere, perché hai una capacità che arriva dritta dritta all’anima.
E no, non sto esagerando.
Credo tu sia una fonte di ispirazione, con una forza sovrumana, ma penso che questo ti venga detto ogni giorno sia da tutti coloro che ti circondano e ti amano, sia da chi per caso si imbatte come me nella tua storia
Non mi sento nessuno per darti consigli o altro, anzi spero di essere riuscita a trasmettere in punta di piedi le sensazioni che mi hanno sovrastata nelle ultime ore.
Però vorrei dirti che credo fortemente che se ciò che hai dovuto affrontare è stato così grande, ci sarà senza dubbio una ragione.
Forse ora non è chiara, ma mi piace pensare che tutto accada per un motivo.
E come dicevo, non credo alle casualità, ma bensì nel destino, lo stesso che viene spesso citato da te.
Non ti conosco, ma mi sento di farti lo stesso prezioso augurio che ti ha fatto tua sorella anni fa:
non smarrire mai quella linfa che ti contraddistingue, è rara e fa e farà sempre parte di te.
È tuo compito e responsabilità coltivarla e farla crescere ogni giorno di più.
Ricorda che quella linfa, quello smalto, sei TU
Per favore continua a brillare nonostante tutte le difficoltà della vita, nonostante tutto ✨
Ti chiedo scusa se mi sono dilungata, forse nemmeno leggerai queste parole, ma non conta.
Grazie ancora.
Ti stringo in un forte abbraccio perché ormai mi sembra di conoscerti da sempre
Ciao, spero che vada tutto per il meglio. Grazie per aver condiviso la tua storia, ti auguro ogni bene ❤️ Francesca