Il tracollo
A fine gennaio salgo a Bologna per il terzo check-up post-operatorio. Brutte notizie: ho la pseudoartrosi. Un nome un po’ equivoco che gli ortopedici usano per definire il mancato consolidamento dell’osso dopo una frattura.
In parole semplici, la tibia non guarisce.
Il chirurgo non mi propone soluzioni, perché i rischi superano i benefici. Nel caso in cui si tratti di una pseudoartrosi infetta, l’infezione potrebbe andare in circolo causando danni ben più gravi. Meglio lasciar dormire il cane che dorme, per adesso. Scendo dal Rizzoli con il vuoto negli occhi. Mi fermo a piangere ai Giardini Margherita.
Inizio a capire che sarà un tunnel lungo, molto più lungo del previsto.
La gamba, intanto, inizia a farmi sempre più male. Torno a camminare con le stampelle. A marzo decido di chiedere altri pareri. Non accetto che questa sia la situazione definitiva, deve esserci una soluzione per ricostruire la tibia. Prendo un treno e salgo a Milano. Al Galeazzi condividono la visione di Bologna. Al Policlinico, invece, mi propongono una soluzione in due tempi, la tecnica di Masquelet, di cui avevo già sentito parlare.
La prima fase prevede la sostituzione dell’osso “marcio” con un cilindro di cemento antibiotato. Il sistema immunitario aggredisce il corpo estraneo formando una membrana biologica vascolarizzata, che dopo otto settimane fungerà da contenitore per l’innesto osseo definitivo preso dall’anca.
Mi avvertono, però, che sarà una strada lunga (il primo intervento non avverrà prima dell’estate) e che la gamba non tornerà mai come nuova.
Sono demoralizzato, ma almeno ho qualche prospettiva di miglioramento.
Allo Sforza mi richiedono una PET, per scoprire se c’è infezione. I risultati arrivano a inizio maggio: non sembrano esserci segni di infiammazione. Invio il referto anche a Bologna, sperando che, alla luce dell’esito negativo, l’équipe del Rizzoli mi offra la stessa chirurgia in tempi più rapidi.
Il giorno dopo mi chiama il professore in persona: “Ho visto la PET. La tua situazione è una merda. Il referto è sbagliato. L’infezione c’è, ed è anche molto diffusa. L’unica strada è l’Ilizarov”.
Mi crolla il mondo addosso: l’Ilizarov è la tecnica che più temo. Significa restare con un fissatore esterno per più di dodici mesi.
Il prof. aggiunge che nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi e che bisogna fare l’intervento in libera professione. Il costo è di 15.000 €. Io, però, non ho ancora ricevuto un euro dal giorno dell’incidente. Le trattative con Grab e con l’autista sono congelate. Devo tornare a Bali per un ulteriore interrogatorio con la polizia prima di procedere con la causa civile. Non ho voglia di chiedere soldi ai miei per un intervento cui dovrei avere diritto nel pubblico.
Passo intere giornate a letto, non voglio vedere nessuno.
Poi reagisco, ma continuo a ignorare il problema. Mi circondo di amici, esco, vado a feste. Intanto il dolore aumenta e inizia a formarsi una sporgenza bianca. Tutti gli ortopedici sono concordi: è una fistola purulenta. Una notte, però, illuminando la zona con il flash, vedo un codice seriale in trasparenza. Sono uscito pazzo, penso.
Interrogo Google e ChatGPT: quella capocchia rotonda non è pus, ma una vite della placca, pronta a spaccare la pelle e fuoriuscire.
Preparo uno zaino in fretta e furia e parto per Milano. Prima di andare al pronto soccorso mi fermo a un Burger King 24h nei pressi dello Sforza. Nel tempo passato a mangiare un hamburger decido di cambiare destinazione: andrò al CTO Gaetano Pini. Su internet sembra uno dei migliori per traumi complessi come il mio.
I medici capiscono che la situazione è seria, ma non un’urgenza tale da ricoverarmi subito. Il primario mi vuole incontrare: dice che la tibia non è in condizioni disastrose. Forse basta rimuovere la placca “mobilizzata” e sostituirla. Nello stesso intervento può sbloccarmi il ginocchio, evitandomi un’operazione ad hoc a distanza di mesi.
Sono felicissimo: posso prendere due piccioni con una fava.
La settimana dopo sono già sotto i ferri. Al risveglio dall’anestesia mi danno la brutta notizia: la tibia non era ben messa come sembrava. Hanno dovuto fare un primo tempo di Masquelet. Toccherà fare un’altra chirurgia a distanza di mesi.
Una parte di me se l’aspettava, va bene così. È una delusione solo parziale, perché sul fronte ginocchio l’intervento è stato un successo. In sala hanno raggiunto un range of motion di 120°. Non mi sembra vero. Il blocco del ginocchio è sempre stata la mia ossessione. Nei mesi scorsi non riuscivo a dormire, sia per il dolore sia per il pensiero di non poter recuperare attività banali come sedermi, camminare in discesa o fare le scale.
Il post-operatorio è duro, ma incontro persone con storie simili alla mia. Ci diamo forza a vicenda.
Inizio l’estate con ottimismo, penso di essere sulla buona strada.
Presto, però, arrivano altre delusioni: anche con fisioterapia quotidiana non riesco a portare il ginocchio oltre i 60/70° di flessione. La ferita chirurgica non si chiude: continua a perdere essudato, diventa sempre più irregolare, fino a trasformarsi in una fistola.
A metà luglio salgo a Milano per un controllo: mi dicono che per la seconda fase di Masquelet bisogna aspettare. Vogliono prima fare chiarezza sulle condizioni della tibia. Richiedono altri esami e mi danno appuntamento a fine estate.
La fase romana
Quando rimetto piede a Roma, inizio a sentirmi strano. All’inizio è solo una grande stanchezza, che non passa con il sonno e con il caffè. Poi arrivano i brividi e la confusione mentale. Mi misuro la febbre: 38 e mezzo. Non ho tempo di risalire a Milano. Corro in pronto soccorso all’Umberto I, dove mi raggiunge la mia amica Giorgia.
Gli esami del sangue, non lasciano dubbi: è un esordio di sepsi, l’infezione sta andando in circolo.
Per la prima volta dopo un anno ho paura di morire.
Mi mettono la maschera per l’ossigeno, iniziano terapia antibiotica e paracetamolo tre volte al giorno. Il 24 luglio, a un anno esatto dall’incidente, il chirurgo mi dice che non c’è alternativa.
L’Ilizarov è l’unica strada per evitare l’amputazione.
Agosto è uno dei momenti più bui della mia vita: un’altra estate è rovinata e ho la certezza di non uscirne sino a fine 2026. La mia vita è completamente in pausa.
Il 30 luglio mi fanno una prima operazione di debridement, per fare le colture e stabilire la terapia antibiotica più adeguata. Poi mi mettono una VAC: un meccanismo che aspira l’essudato dalla gamba, da tenere 24 ore su 24.
La VAC è un inferno: è ingombrante e suona in continuazione, svegliandomi dieci volte a notte. L’unico aspetto positivo è che riesco a tornare a casa e passare tre settimane in famiglia. Un’estate anomala, ma sempre meglio che in ospedale.
A inizio settembre arriva il giorno più temuto. Devo sottopormi a uno degli interventi più complicati dall’incidente.
L’equipe ortopedica sarà affiancata da un chirurgo plastico per la copertura della fistola con un lembo muscolare peduncolato preso dal polpaccio destro (gastrocnemio mediale).
Entro in sala pensando di uscirne con un fissatore circolare di Ilizarov. Con grandissima sorpresa, al risveglio scopro che mi è stata fatta, per la seconda volta, una prima fase di Masquelet. Mi hanno applicato sì un fissatore esterno, ma a barra, da tenere solo alcuni mesi, fino alla seconda fase dell’intervento. In un trambusto emozionale, mi riscopro di nuovo ottimista.
Dalla coltura intraoperatoria risulta un’infezione sostenuta da S. epidermidis e S. aureus sensibile alla meticillina. Dopo otto giorni di ricovero e terapia endovenosa passo all’antibiotico orale e posso tornare in Sicilia.
Ancora una volta ho l’obbligo di presentarmi a Roma tutte le settimane. Una spesa non indifferente, considerando che da oltre un anno non lavoro. Ma non mi lamento: sto sviluppando una forza d’animo di cui non mi credevo capace.
A ottobre parto per Milano per uno stage curricolare nella redazione di SkyTG24. Ѐ un’esperienza di assoluta normalità: conosco nuovi colleghi, costruisco una routine, mi sento utile a qualcosa.
Inizio ad accettare la mia condizione: capisco che non è del tutto incompatibile con una vita.
Sarà una vita diversa, ma pur sempre degna di essere vissuta.
Il giorno di Halloween arriva una nuova batosta. Durante la medicazione settimanale i plastici si rendono conto che si è aperta una nuova fistola: il cemento antibiotato è esposto.
Non c’è altra strada se non ripartire da zero.
A fine novembre lascio Milano, pronto a operarmi. Dopo vari ritardi, la terza prima fase di Masquelet è programmata per i primi di dicembre. Temo che si debba rifare anche il lembo muscolare, ma riescono ad allungare quello già confezionato a partire dal gastrocnemio mediale.
L’intervento cade pochi giorni prima della mia laurea in giornalismo.
Fino all’ultimo spero di poter discutere in presenza, ma non riescono a dimettermi in tempo. La proclamazione da remoto ricorda molto i tempi del Covid: giacca e cravatta sopra, pantaloni Adidas extra-large sotto, per contenere il fissatore esterno. Non ho una corona d’alloro ma la mia amica Martina me ne piazza in testa una virtuale in foto.
Quel weekend sono previsti i festeggiamenti con tutti i colleghi. Il venerdì pomeriggio ho già lo zaino pronto per andarmene, quando arriva la beffa finale.
Hanno trovato un nuovo batterio, uno stafilococco multi-drug resistant. Dovrò restare in ospedale almeno altri sette giorni per impostare una nuova terapia antibiotica. Sono stanco, mi abbandono a un pianto di sfinimento.
Il martedì successivo mi fanno il quadro della situazione. La terapia standard prevede infusione endovenosa tutti i giorni per tre mesi. Dovrei restare ricoverato ben oltre il periodo natalizio. L’infettivologo riesce, però, a ottenere dal comitato spese un trattamento off label con dalbavancina (somministrazioni bisettimanali o mensili).
Il natale è salvo.
Ancora una volta torno in Sicilia. Ancora una volta so che ogni mercoledì sera c’è un Intercity Notte da prendere.
Stavolta le cose iniziano a mettersi male sin dall’inizio.
I punti non si chiudono: c’è qualcosa da sotto che mette in tensione la linea di sutura. A sole tre settimane dall’intervento devono rimuovermi un ematoma da 200 grammi, ricucendomi a carne viva. Per alcune settimane la sutura sembra tenere, ma ho il presentimento che ancora una volta stia andando tutto a rotoli. Sono depresso. Passo il mese di gennaio a dormire, mangiare e guardare serie turche con mia madre.
A inizio febbraio i miei timori trovano conferma. Mentre faccio la medicazione quotidiana con garze e clorexidina tocco qualcosa di duro. Inorridisco.
È il cemento, ancora una volta.
Quando salgo a Roma i medici non sanno più che dirmi, se non che sono molto sfortunato. Si deve iniziare tutto da capo: quarta prima fase di Masquelet, nuovo cemento, nuovo lembo. Stavolta non ci sono più muscoli disponibili nella gamba destra: devono prendere un lembo libero dalla coscia sinistra (Antero-Lateral Thigh).
Sarà un intervento lunghissimo: dodici ore di microchirurgia per collegare i vasi sanguigni del lembo con quelli del sito ricevente. Dopo le prime 24 ore in terapia intensiva dovrò passare dieci giorni in reparto, sotto stretto monitoraggio.
“Stavolta deve andare bene”, mi dicono.
È la penultima cartuccia per salvare la gamba dall’amputazione. L’ultima è l’Ilizarov, una prospettiva a cui adesso non voglio neanche pensare.
I tempi lunghissimi delle cure ortopediche, intanto, non vanno d’accordo con quelli della giustizia indonesiana.
Se voglio ottenere un briciolo di risarcimento devo tornare a Bali per continuare la fase di investigation prima che la polizia archivi il caso. Né i miei legali né gli uffici dell’ambasciata italiana a Giacarta riescono a strappare un interrogatorio a distanza.
Un finale ancora da scrivere
Mi scuso con chiunque sia arrivato a leggere fin qui sperando di trovare un finale rassicurante. Questa è una storia ancora in evoluzione: anche se sono passati diciotto mesi, gli eventi continuano a rimbalzarci al primo capitolo.
Qualcosa, però, è cambiata dal 24.07, anche se in maniera sottile. Si fa strada dentro di me una tiepida forma di accettazione.
Inizio a scalpitare e scalciare meno.
Non so quante estati passeranno prima che io torni a fare il bagno a mare, quanti mesi prima di camminare senza stampelle. Quanti anni prima di un’uscita in bicicletta, un allenamento completo in palestra, una giornata di trekking. Non so neanche se tutto questo sarà raggiungibile o se è solo una chimera a cui mi aggrappo per non crollare del tutto.
So, però, che quella che mi sembrava una vita sospesa è, in realtà, solo una vita diversa, con cui da poco sto imparando a convivere. Negli scorsi mesi e anni sono stato circondato da persone bellissime, che mi hanno dimostrato cosa vuol dire l’amicizia. Mi sono state accanto con un piatto di pasta, un bicchiere di vino, una passeggiata al parco.
Dico sempre che mi manca improvvisare: è complicato quando hai un’autonomia così bassa. Qualche piccola deviazione, però, sono riuscito ad abbozzarla. Ho trascorso brevi periodi fuori casa, incontrato nuovi compagni di viaggio, condiviso storie
Sto riuscendo, con fatica, ad arredare il tunnel per renderlo un po’ più colorato.
Non posso scalare l’Everest, è vero, ma posso leggere, scrivere, produrre musica techno con Ableton, imparare una lingua. Anche se in modo più adagiato, meno irrequieto, sto continuando a vivere.
Sto conservando energie per fare un nuovo salto quando la vita me ne darà l’occasione.
A te che leggi voglio dire grazie. Per il tuo tempo e per l’occasione che mi hai dato di condividere tutto quello che tenevo dentro, attraverso la scrittura.