48 ore prima, il bagno nel tempio e i presagi di morte
Due giorni prima dell’incidente mi trovo a Ubud. È la mia prima tappa a Bali, dopo dieci giorni di backpacking a Java. Mi unisco a due ragazzi di Barcelona conosciuti in ostello, I. e M., per un primo giro turistico dell’isola. Optiamo per visitare subito le mete più gettonate: la Tegallang Rice Terrace e il Pura Tirta Empul (Tempio della sorgente d’acqua), due di quei posti che ti sembra di conoscere ancora prima di metterci piede, visti e rivisti nel feed di Instagram.
Il tempio è famoso per un rito di purificazione che prevede una piccola donazione (un cesto di fiori, incenso e riso) e una serie di abluzioni. Bisogna immergersi in due piscine comunicanti e passare per ventotto fonti diverse, ognuna con un significato specifico.
All’inizio sono scettico. Vedo fiumi di turisti e poco rispetto per le regole. Non voglio essere il classico europeo che contamina le tradizioni locali, senza capirci nulla.
Alla fine ci convinciamo a farlo. I. e M. mi danno i cellulari per fare foto e video del loro rito. Io vado per terzo. Ho un po’ di fretta perché inizia a far freddo. Gli altri sono bagnati e vorrebbero andarsene. Quando entro nella seconda vasca ho già messo il pilota automatico: passo da una fonte all’altra senza fare troppa attenzione.
Nel tempio non ci sono 28 fonti, ma 30.
Due sono vietate ai fedeli, destinate al rito esclusivo per i defunti. Bagnarsi per errore è considerato di cattivo auspicio.
Alla fine del rito mi rendo conto di aver saltato una sola sorgente.
Mi guardo indietro e capisco di essermi immerso in una delle due proibite. Proprio in quel momento vedo un sacerdote (pemangku) fulminare con lo sguardo una turista che sta per entrare.“Bad luck, bad luck”, dice.
Ne parlo con gli spagnoli, che non danno troppo peso all’episodio. Mi dicono di stare tranquillo. Io, però, sento una mano gelida sulla testa. Quel cattivo presentimento non mi abbandonerà più nei giorni a venire.
Un’ora più tardi, nel parcheggio del tempio, provo a guidare per la prima volta un motorino. I. mi presta il suo per l’occasione. Sono giorni che ci penso. A Bali i mezzi di trasporto pubblici funzionano solo nei grossi centri e non voglio spendere un patrimonio in taxi per raggiungere le spiagge o cascate dall’altra parte dell’isola. La moto mi sembra davvero l’unica alternativa per essere indipendente. D’altra parte l’idea di affrontare il traffico di Bali mi terrorizza. Ho la cronologia di Google piena d ricerche del tipo “road accidents Bali”, “is driving in Bali dangerous”?
Con un misto di ansia ed eccitazione salgo in sella allo scooter e accelero un poco alla volta, per prendere confidenza con il mezzo. Con mia sorpresa mi sembra molto più facile del previsto. Inizio a fare curve a S e a 8 tra la folla, sempre più veloce. In un momento di pausa carico una storia su Instagram, che con il senno di poi ha dell’inquietante.
Dopo venti minuti nel parcheggio decido di andare in strada e fare un giro completo del santuario. I. e M. mi aspettano all’altro accesso. Appena arrivo in cima alla rampa di uscita il panico mi paralizza. Freno in salita e poggio il piede a terra. Non riesco ad andare né a destra né a sinistra. Iniziano a tremarmi le gambe. Non sapendo come gestire la situazione scendo dallo scooter con il motore ancora acceso. Anziché spingerlo a mano, commetto il gravissimo errore di dare un colpo di gas con la mano destra. Il motorino fa uno scatto che mi fa perdere l’equilibrio. Rimango aggrappato alla manopola dell’acceleratore: più il motorino slitta in avanti, più io accelero e resto indietro. Sono già in mezzo alla carreggiata.
La situazione sta diventando ingestibile. Per fortuna due mototassisti di Grab (equivalente di Uber in Indonesia) mi vedono da lontano e vengono in mio soccorso. Bloccano lo scooter di peso e mi accompagnano da I. e M. al punto di incontro. Mi riprometto di non provare mai più a guidare un motorino da solo.
24 ore prima
Il giorno dopo io e i ragazzi spagnoli decidiamo di fare un’escursione nel nord dell’isola per visitare il tempio buddhista di Brahmavihara–Arama. I. non ha mai portato qualcuno in motorino. Ho una paura maledetta ma cerco di mascherarla. All’inizio è molto prudente. Dopo un po’ inizia a fare sorpassi e andare oltre i 50 km/h. Vorrei chiedergli di rallentare, ma non voglio passare per paranoico. Mi stringo alle maniglie così forte da avere dolore alle dita.
Alle 15:30 siamo ancora a Lovina Beach, dall’altra parte di Bali. Dobbiamo fare due ore e mezza di motorino per tornare e lì tramonta prestissimo.
Propongo di avviarci, ma I. e M. vogliono fare un’ultima tappa alla Banuymala Waterfall.
Avviamo Google Maps in modalità satellitare standard. Non ci rendiamo conto di quello a cui stiamo andando incontro.
Alle 16:20 ci troviamo in mezzo alle montagne, nei pressi di Munduk, a un’altitudine di 1350 metri. Più saliamo più il cielo si oscura. Siamo avvolti da una nebbia fittissima.
Tutt’a un tratto il diluvio. Dopo qualche minuto siamo inzuppati e avvolgiamo i cellulari dentro l’unica busta di plastica a disposizione. Tremiamo e non solo per il freddo.
Gli scooter iniziano a slittare. A ogni curva sempre peggio.
Anche M. adesso ha paura, chiede di fermarci un attimo. Chiedo a I. di lasciarmi in mezzo alla strada e proseguire da solo. «Fermatevi qui, io prendo un taxi». «¿Estás seguro?». Beh no, in realtà non sono affatto sicuro, anzi credo sia proprio un’idea di merda restare da solo sotto il diluvio in una strada di montagna. Alla fine mi convinco a farmi portare su una strada principale più a valle. Quando scendo dalla moto sono sollevatissimo: le gambe smettono di tremarmi. L’attesa del taxi è lunghissima: non ci sono Grab nelle vicinanze e devo aspettare 50 minuti prima che un tassista abusivo mi carichi su, al “prezzo di favore” di 25 dollari.
Nel tragitto verso l’ostello non posso fare a meno di pensare a I. e M., costretti a fare oltre 50 km sotto la pioggia battente.
Al rientro scrivo ai miei amici in Italia: «Sono inquietatissimo. Abbiamo avuto veramente un’idea di m***a». «Ho paurissima degli scooter su quest’isola».
Quella sera, come la precedente, cerco su Safari: “road accidents Bali scooter”. È un pensiero intrusivo che mi ossessiona.
Leggo anche un articolo su un turista australiano abbandonato sul ciglio della strada dopo un frontale.
Tutto salvato nella mia cronologia.
Il giorno dell'incidente
La mattina del 24 luglio i ragazzi spagnoli partono verso la parte orientale dell’isola. Ci separiamo poco prima di pranzo. Rimasto solo, decido di mangiare un nasi goreng (riso fritto con gamberi) al volo e visitare una cascata prima che tramonti. Non ho un’idea chiara di dove andare né come arrivarci.
Confrontando le varie opzioni su Google Maps, mi innamoro subito della Nungnung Waterfall. È tra le più alte e potenti dell’isola ma non troppo battuta dai turisti perché per arrivarci bisogna scendere (e salire) lungo un sentiero molto ripido. Cerco un taxi chiuso ma i prezzi sono improponibili: spenderei più del mio budget giornaliero. Facendomi un po’ di coraggio prenoto un mototaxi dall’app ****.
Arriva un ragazzo sulla ventina, senza un filo di barba. Sin dall’inizio non mi ispira molta fiducia, poi penso a quante moto guidate da ragazzini prendevo nelle favelas di Rio e decido di rischiarmela. Ci accordiamo per fare andata e ritorno insieme, a un prezzo forfettario. Come previsto, è un guidatore spericolato, ma sicuro di sé. Almeno tre volte gli chiedo di rallentare. «I’m not on a rush. slow down please». La sua risposta è sempre «Ok, ok» accompagnato da una risatina divertita.
Dopo trenta minuti di statali trafficate e stradine di campagna arriviamo al parcheggio della cascata. Il mototassista mi dà appuntamento alle 16. Ho meno di quaranta minuti per correre giù, fare un bagno e risalire il sentiero. Arrivo al laghetto tutto sudato: quando mi tuffo nell’acqua gelida il cuore inizia a martellare nel petto.
La vista della cascata dal basso mi elettrizza. È ancora più alta di quanto mi aspettassi. Provo ad avvicinarmi al getto ma la corrente è troppo forte. Per quanto sbracci e scalci, non riesco ad avanzare di un metro. La vivo come un’esperienza mistica, una sorta di contatto con il divino, che non si lascia afferrare. Esco dall’acqua galvanizzato. Ancora non lo so, ma quello sarebbe stato l’ultimo bagno per due anni.
Risalgo in moto con una sensazione di pienezza difficile da descrivere. Il conducente corre ancora più dell’andata, ma stavolta non gli chiedo di rallentare. Provo a rilassare i muscoli e godermi il viaggio. A ogni curva o sorpasso assecondo il movimento con il corpo. Mi sembra di planare sull’asfalto. Inizio a pensare alla moto come una metafora di un destino che non posso cambiare. Quanto prima lo accetto, tanto meglio me la vivo, mi dico.
Non smetto di pensare a un’esperienza al limite dell’assurdo vissuta qualche giorno prima nell’isola di Giava. Mi trovavo al Villaggio Arcobaleno di Semarang, nei pressi di un cimitero. Sentendo musica e risate provenire dall’interno, avevo deciso di curiosare. Sette uomini mangiavano e bevevano, seduti in cerchio attorno a una lapide. Vedendomi passare, mi avevano invitato a unirmi al picnic.
Mi dicevano che lì è un’usanza del tutto normale: è un modo per fare compagnia ai loro cari, anche dopo la morte. Questa visione così diversa del lutto rispetto al mondo occidentale mi aveva stregato. Non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di quanto la morte fosse solo una delle tante possibili declinazioni della vita.
Alle 16.15 tiro fuori il cellulare per fare questa storia Instagram. Non riesco a pubblicarla perché non c’è segnale, quindi la salvo in galleria. «Love and death are just two sides of the same coin, but how beautiful it is to be alive, today, in Bali» (L’amore e la morte sono solo due facce della stessa medaglia, ma quanto è bello essere vivi, oggi, a Bali).
Quando alle 16:22 la moto effettua il sorpasso e ci scontriamo contro il camion, la prima reazione non è né shock né sorpresa. Sono passate 48h esatte dal presagio del tempio. Da due giorni sento il fiato della morte sul collo. “Ecco, ci siamo. Era tutto vero”, penso.
Mi ci vogliono dieci secondi abbondanti per convertire quella strana rassegnazione alla fatalità in paura e adrenalina.
Fisso a lungo la gamba squarciata. Mi rendo conto che non sono pronto a morire.
Non lì. Su quella strada di campagna, in Indonesia. Lontano da tutti.
Sarà anche il mio destino, ma io non lo accetto. Inizio a gridare e sbracciare con tutte le mie forze.