Il ricovero in Indonesia
Mi sveglio in una stanza bianca e senza finestre. Non so né che ore siano né quanto tempo sia durato dall’intervento. La prima cosa che faccio è sollevare il lenzuolo per cercare la gamba. È ancora lì.
Sorrido. Sono grato di essere ancora in vita e di avere tutti e quattro gli arti.
Vorrei chiamare subito a casa per dare la buona notizia, ma non trovo il cellulare. «I am awake, please come. Please», urlo. Nessuno mi sente. Dopo mezz’ora arriva un’infermiera gentilissima. Mi spiega che tutte le mie cose sono state affidate alla mia amica J., che dopo la notizia della buona riuscita dell’intervento è tornata in hotel a dormire.
Mi offre intanto il suo telefono per mandare un messaggio vocale a mia sorella. Sono ancora intontito dall’anestesia e riesco a sbiascicare poche parole. Quanto basta, però, per tranquillizzare i miei familiari. Dopo una notte di veglia, possono andare a dormire anche loro.
Nel tardo pomeriggio mi portano in camera: ho una stanza tutta per me con anche la televisione. In indonesiano, ma non posso lamentarmi. Poco dopo viene J. a portarmi le cose.
Arriva anche il chirurgo che mi ha operato. Mi dice che l’operazione è andata bene ma la situazione della gamba era disperata. Non esclude complicazioni nelle prime 72 ore.
Mi dice che ho un alto rischio di sepsi e necrosi dell’arto.
L’emoglobina è bassissima (6 g/dL), ho perso troppo sangue. Dovrò continuare a fare trasfusioni per una settimana.
I primi giorni mi sembra di vivere in una dimensione fuori dal tempo.
Le notti resto sveglio a parlare con gli amici in Europa. Ogni videochiamata è un bagno di lacrime, un po’ per la gioia, un po’ per lo strazio di ripercorrere ogni volta il trauma dell’incidente.
La mattina presto mi faccio fare una fiala di diazepam e provo a dormire un paio d’ore. Quando va bene riesco a fare una tirata fino a metà mattina. Poi torna l’ansia di dover incontrare il chirurgo e di ricevere la brutta notizia quotidiana.
Il terzo giorno il medico si presenta con il carrello delle medicazioni. Deve togliere le fasce per valutare lo stato della gamba. Mi avverte che sarà molto doloroso e mi consiglia di distrarmi con un po’ di musica. Lo prendo alla lettera, riproduco in loop Von Dutch di Charli Xcx e metto il lenzuolo in bocca per avere qualcosa da mordere.
Il chirurgo non esagera.Nonostante il fentanyl in infusione continua sento un bruciore fortissimo. La fascia di cotone è incollata alle ferite, è impossibile staccarla senza portare via un po’ di carne. Le medicazioni successive, per fortuna, saranno molto meno traumatiche.
Il momento più bello della giornata è il tardo pomeriggio, quando J. viene a visitarmi. Mi porta caffè, biscotti e cioccolata, mette una playlist di funk brasiliano su Spotify e mi regala due ore di leggerezza.
Dal momento dell’incidente J. è il mio angelo custode.
Dirò sempre che è lei ad avermi salvato la vita, gestendo i contatti con l’assicurazione sanitaria e sostenendomi nelle ore più difficili.
A fine mese J. deve lasciare Bali. Non è un addio semplice. Sono di nuovo da solo e il rimpatrio è ancora fuori discussione.
Gli ultimi giorni di luglio sono i più difficili. Dopo sei giorni di posizione supina obbligata ho dolori ovunque. La schiena è incollata al lenzuolo, che ormai è diventato un sudario, sporco di sangue, urina e residui di cibo. Le infermiere non riescono né a cambiarmi né a lavarmi.
Ho un blocco intestinale totale da una settimana e inizio a sviluppare una lesione da decubito in zona sacrale.
La cosa peggiore, però, è una serie di spasmi muscolari fortissimi che si presenta ogni volta che provo a prendere sonno.
Sono talmente esasperato che devo mettermi in contatto con alcuni colleghi neurologi in Italia. Su loro suggerimento mi faccio impostare una terapia a base di oppioidi, gabapentin e benzodiazepine che manterrò per quasi tre mesi.
Gli spasmi, l’impossibilità di muovere le dita dei piedi e la colorazione dell’arto fanno venire il sospetto di una sindrome compartimentale. Dall’assicurazione richiedono una serie di esami che l’ospedale non sembra disposto a eseguire. L’ufficio centrale di Coverwise è sul punto di richiedere un trasferimento in una clinica di fiducia di Denpasar.
Alla fine si giunge a un accordo con l’équipe medica. Sono io stesso a insistere: non sono in vena di ulteriori cambiamenti.
Dall'emergenza sanitaria a quella legale
Il 30 pomeriggio, a sorpresa, ricevo la visita del rappresentante di Grab Bali.
È in contatto con il CEO di Jakarta. Mi chiede cosa voglio come compensazione.
Capisco che in questa fase è meglio non raggiungere alcun tipo di accordo. Devo prima rivolgermi a degli avvocati. Provo a contattare gli uffici della Farnesina, ma né io né i miei familiari riceviamo risposta dal numero di pronta emergenza. Dall’ambasciata italiana a Giacarta mi dicono che non possono offrirmi alcun tipo di supporto legale.
Mi rivolgo allora a uno studio privato nei paraggi, con buone reviews su Google Maps.
Il giorno successivo ho un colpo al cuore. La polizia mi comunica che il driver del mototaxi è stato rintracciato.
Lo stesso ragazzo prova a mettersi in contatto con me su whatsapp. Mi vuole venire a trovare, ma non sono ancora pronto. Dico agli infermieri di non far entrare nessuno nella mia stanza senza il mio consenso.
Il 2 agosto i legali organizzano un incontro con il driver e i rappresentanti di Grab.
Il ragazzo, 24 anni, entra con un cesto di frutta in segno di scuse. Ha gli occhi lucidi e non smette di chiedermi scusa. Io però non riesco ancora a sostenere il suo sguardo.
Ho troppa rabbia dentro. Gli dico che un giorno lo perdonerò, ma non è questo il momento.
Abbiamo entrambi la voce strozzata. A un certo punto scoppia a piangere, si nasconde sotto una scrivania e continua a singhiozzare.
I miei avvocati si rendono conto del mio stato d’animo, prendono le redini della situazione e riportano l’incontro sul tema della compensazione. I rappresentanti di Grab hanno dalla loro un cavillo importante: la corsa con l’applicazione risultava cancellata.
Ero stato io stesso ad annullarla, sollecitato dal conducente che mi aveva offerto un pacchetto andata e ritorno a un prezzo più vantaggioso. Da tutto questo, in realtà, avevo poco da guadagnarci, ma le cascate erano lontane e avevo paura di non trovare alternative.
Avevo accettato di venire incontro al rider ed effettuare la corsa fuori dall’app. Nella mia ingenuità non sapevo ancora quanto questo mi avrebbe messo in pericolo.
Che la corsa fosse o meno cancellata restava comunque il fatto che un conducente ufficiale di Grab mi aveva abbandonato. L’applicazione ha il dovere di vigilare sul rispetto delle regole da parte dei propri conducenti, regole che in questo caso sono state violate tre volte: nel forzarmi a cancellare la corsa, nel violare le norme di sicurezza stradale e nell’abbandonarmi senza prestare soccorso.
Un reato che in Indonesia può essere punito con arresto fino a cinque anni.
Da parte della compagnia non arriva una proposta soddisfacente. Sono gli stessi legali a consigliarmi di prendere altro tempo: faremo una richiesta più precisa quando avremo una stima realistica del danno medico. Intanto, però, è necessario procedere con la denuncia formale alla polizia.
Nell’esatto momento in cui do il benestare a procedere contro il motociclista, dentro di me scatta qualcosa.
Da vittima divento carnefice. Il senso di colpa mi porta a un breakdown nervoso.
Inizio a urlare e a scagliare oggetti contro la parete. Gli infermieri chiamano uno psichiatra per tranquillizzarmi.
Un po’ per l’ansia, un po’ per i painkillers, una notte mi sveglio di soprassalto con un attacco di gastrite acuta. Sento delle pugnalate all’addome. Penso che potrei morire da un momento all’altro. Urlo “Permisi, permisi” ma nessuno mi sente.
Chiamo Concetta, una mia collega dottoressa che sin dal primo giorno mi dedica ore del suo tempo per aiutarmi. In Italia è notte fonda, ma lei risponde. Ha sempre il telefono acceso per me. Mi fa respirare, mi tranquillizza, mi riporta alla realtà.
Mi rendo conto che il cervello è il mio peggior nemico. Ho i nervi a fior di pelle e qualunque complicazione mi sembra una tragedia.
Il 5 agosto inizia la fase ufficiale di investigation. La polizia arriva con una traduttrice per ascoltare la mia versione dei fatti.
Con grande sorpresa scopro di non avere le idee chiarissime sulla dinamica dell’incidente.
Ho rimosso dettagli importanti, forse come meccanismo di difesa.
Sono gli stessi poliziotti ad aiutarmi a fare ordine, incrociando le dichiarazioni degli altri testimoni.
Verso il rientro
Giorno dopo giorno la situazione della gamba inizia a migliorare. Riacquisisco un po’ di mobilità alle dita dei piedi, il colorito migliora. Per la prima volta riesco a sollevare la gamba con le mani e a sedermi a bordo letto. Gli infermieri ne approfittano per lavarmi e cambiare le lenzuola. Mi faccio portare una bacinella e un rasoio per radermi la barba. Questo piccolo gesto di self-care mi aiuta a cambiare prospettiva.
Capisco che ho un lungo tunnel davanti, ma non posso abbattermi. Devo volermi bene e prendermi cura del mio corpo
La routine inizia a pesarmi un po’ meno, il sonno si fa più regolare. I medici iniziano a parlare di un possibile ritorno a casa, ma prima di darmi il fit-to-fly dobbiamo essere certi che io sia stabile dal punto di vista emodinamico.
Dopo sei sacche di sangue l’emoglobina è tornata in un range accettabile, ma non basta. Devono farmi un ecodoppler degli arti inferiori per valutare eventuali sanguinamenti residui. Prima di potermi trasferire, infatti, devono iniziare una terapia anticoagulante, incompatibile con uno stato emorragico.
C’è un altro valore che preoccupa: il D-dimero, marker di embolia polmonare. È necessaria un’angio-TAC per escludere ogni possibile complicazione. Il rimpatrio viene posticipato di giorno in giorno.
Poi, arriva la data definitiva: si parte l’11 agosto.
Il giorno prima incontro per la prima volta il medico e l’infermiera catalani inviati dall’assicurazione. Abbiamo poco tempo e c’è tanto da fare. Richiedono una sedia a rotelle per farmi abituare alla posizione seduta. In pochissime ore passo dal non aver mai lasciato il letto a scorrazzare in giro per il reparto in carrozzina.
Per la prima volta dopo due settimane mi sento autonomo. Sono felicissimo.
Anche solo raggiungere l’armadio o il lavandino mi sembra un traguardo gigantesco. Riesco persino a lavare qualche vestito e riempire lo zaino da solo.
La mattina dell’11 sono raggiante. Il medico e l’infermiere dell’assicurazione vengono a prendermi con la colazione. Lasciamo insieme l’ospedale. Accanto all’ascensore ci sono tutti gli infermieri ad aspettarmi.
Mi abbracciano, scattano foto, mi chiedono il contatto Instagram. Uno di loro si mette addirittura a piangere. Forse non sono abituati a pazienti internazionali, mi dico. Mi sento quasi una star.