Il rientro in Italia

Quando esco dall’ospedale di Denpasar torno a vedere la vita a colori. Trovarmi in mezzo a tanta gente in aeroporto mi fa sentire vivo: lo sguardo corre su ogni volto, sui vestiti, sul cibo esposto nelle caffetterie.  Per la prima volta da settimane mi trovo a scherzare e a parlare del più e del meno, con il medico e l’infermiera catalani. Loro sono carinissimi con me: mi regalano persino un taccuino e una penna per iniziare a scrivere la mia storia.

Ai controlli di sicurezza fila tutto liscio. Il problema è salire sull’aereo: all’ingresso sono costretto a cambiare carrozzina e, per farlo, devo alzarmi in piedi e ruotare su me stesso, anche se per pochi istanti. Dopo settimane di allettamento la pressione sanguigna è a terra e basta poco per sbandare.

Il volo con Emirates è davvero una figata e, dato il prezzo, non potrebbe essere altrimenti: l’assicurazione ha pagato ben 25.000 € per il trasferimento.

Mangio come se non mangiassi da settimane. Il lettino reclinabile è comodissimo: passo ore a guardare serie sul tablet. Sono così sereno che riesco ad addormentarmi senza le benzo.

Facciamo scalo a Dubai, dove il medico e l’infermiera chiedono assistenza a loro volta perché si sentono male a causa di un’intossicazione. Un altro volo di poche ore e siamo a Roma, a Fiumicino. Ci salutiamo: anche se per poco tempo, è stato un piacere condividere il viaggio con due ragazzi della mia stessa età. 

Un po’ come tornare sulla strada con altri backpackers.

 

Fuori dall’aeroporto mi aspetta un’ambulanza.

Destinazione Rizzoli.

Sono stato io stesso a richiedere di essere trasportato in una delle eccellenze italiane dell’ortopedia. Ci avevo fatto il tirocinio anni prima, ai tempi di medicina. (Non avrei ottenuto questa possibilità senza il prezioso aiuto di Gianni Riotta, il direttore del mio master di giornalismo, che ha contattato i vertici dell’ospedale per coordinare il trasferimento).

Stare da solo su una barella, con il rumore delle sirene, risveglia il trauma dell’incidente. Dopo quattro, lunghissime, ore arriviamo a Bologna. Mi sento a casa. Medici e infermieri parlano la mia lingua, mi coccolano, mi fanno sentire al sicuro. 

Nei giorni successivi faccio Rx, TAC, ecodoppler. 

I chirurghi mi dicono che sono fortunato a essere vivo, fortunatissimo ad avere ancora la gamba. 

“Hai il culo grande quanto la Torre degli Asinelli”

Devo affrontare altre due chirurgie: una al femore e una al piede, dove ho due fratture scomposte al metatarso. Riescono a programmarle per lo stesso giorno, il 19 agosto, per evitarmi doppia anestesia.

Nell’attesa dell’intervento ricevo le prime visite. Torno ad abbracciare amici che pensavo non avrei mai più visto. Mi portano vestiti, salviette e comfort food, persino un talismano portafortuna e dell’incenso per un rito di purificazione. Mangio, rido, scherzo, gioco a carte. Mi faccio scarrozzare in sedia a rotelle per i cortili interni del Rizzoli. 

È un piacere che non riuscirò mai a mettere in parole: avere di nuovo mani familiari da stringere, spalle amiche su cui piangere, mentre racconto l’esperienza incredibile che ho vissuto.

Molti accertamenti più tardi, il 19 entro in sala. L’intervento è lungo, ma niente a che vedere con la chirurgia indonesiana. È quasi divertente. Per sedarmi usano ketamina e propofol. Mi metto a cantare “Take me home country roads”, mentre sogno di planare sulla Colombia.

 

Dopo cinque giorni arriva il momento delle dimissioni. Con la classica incoscienza che mi caratterizza decido di scendere in Sicilia da solo, senza l’aiuto di amici e familiari. Prendo un taxi per l’aeroporto, dove è già attiva l’assistenza disabili.

C’è un grosso problema, però: ho comprato un biglietto normale e non riesco a flettere la gamba più di 30 gradi. A posteriori capisco di aver fatto una follia. Per fortuna, il capitano del volo Airways mi è solidale dall’inizio alla fine. Mi garantisce un posto in business class sulla prima tratta e un’intera fila di sedili sulla seconda, per tenere la gamba stesa.


Fuori dall’aeroporto di Catania c’è mio fratello ad aspettarmi. Passo la notte da lui prima di tornare a casa dei miei genitori. Le stanze da letto sono al piano superiore, ma per l’occasione mi ha preparato un lettino all’ingresso, con accanto un comodino: salviette, pappagallo e farmaci per ogni necessità. Questo genere di accortezze non è per nulla scontato.

È qualcosa che vedrò spesso nei mesi a venire da parte di amici e familiari, ma che non smetterà mai di commuovermi.

Il ritorno a casa

24 agosto 2025. A un mese dall’incidente, torno a varcare la soglia di casa. Ad aspettarmi c’è l’intera famiglia riunita, anche il mio nipotino di tre anni.

Riabbracciarli tutti è indescrivibile. Ma leggo nei loro occhi molto dolore: non si aspettano di vedermi così sciupato e malconcio, assopito dalle benzodiazepine e dagli oppioidi.

Sin dal primo giorno i miei genitori si prodigano per venire incontro a tutte le mie esigenze. Spostano mobili, rendono la casa un po’ più accessibile. 

Costruiamo una procedura per tutto: mangiare, lavarsi, andare in bagno. 

Accanto al letto c’è un comodino a tre livelli, con tutto il necessario di giorno e di notte. Al momento dei pasti raggiungo la cucina con il deambulatore o con la sedia a rotelle. Poi mi metto a mangiare sdraiato sul divano. In entrambi i bagni c’è un gradino: ho bisogno di aiuto per superarlo, almeno agli inizi. Con il tempo imparo a scavalcarlo facendo leva sulle braccia. Non posso entrare in vasca, devo lavarmi a pezzi utilizzando il bidet e una ciotola piena d’acqua. 

I primi tempi questa routine è quasi rassicurante. Sono accudito e riverito, ho una connessione Wi-Fi veloce, un laptop da cui leggere o guardare serie. 

La psiche, però, è fragile. È già fine agosto, l’estate sta finendo e mi rendo conto di starmi perdendo dei pezzi. I miei amici pubblicano storie su Instagram in giro per il mondo. I miei colleghi giornalisti a breve inizieranno il primo stage in redazione. 

Io, invece, sono bloccato a letto, non so ancora per quanto, con l’assoluta certezza che la gamba non tornerà come prima.

 

A settembre inizia il periodo più complicato della mia vita. La routine diventa una gabbia. 

Le giornate sono tutte uguali. Convinco mio padre a portarmi fuori in carrozzina, ma l’esperienza è disastrosa. Non appena arriviamo in strada, riaffiora il trauma della velocità. Inizio a urlare, chiedo a mio padre di rallentare. Non riesco a sostenere neanche i 4 km/h del passo umano.

Ci riprovo qualche giorno dopo. Stavolta a guidare la carrozzina è uno dei miei migliori amici, Cepo, venuto a trovarmi da Vienna per il weekend insieme alla ragazza. I giorni passati in loro compagnia sono l’highlight assoluto del mese, insieme alla visita di un’altra cara amica, Eleonora. Il resto del tempo non riesco a scollarmi dal letto, neanche per i pasti. Se prima mangiavo sul divano, diventa consuetudine mangiare in camera, da solo. Colazione, pranzo e cena. 

I miei si preoccupano, capiscono che qualcosa non va. Mia madre prova a rompere il muro di silenzio che mi sono costruito attorno, ma ogni volta la aggredisco: arrivo a insultarla, a lanciare oggetti contro la parete. Non sono più in me. 

Dopo l’incidente mi sembrava di aver acquisito un’aura di santità, di purezza. Ero in credito con la vita. 

Quell’aura è perduta. Mi sento inquinato, avvolto in una patina di inchiostro. 

La gratitudine di essere sopravvissuto lascia spazio a una rabbia profonda. Alla frustrazione di abitare un corpo disabile, compromesso per sempre dall’incidente di un secondo.

Il rapporto con i miei genitori inizia a incrinarsi. Più si incrina, più mi sento in colpa, ma una parte perversa di me sembra gioire nel vederli allontanarsi. Capisco che, per il bene della famiglia, devo andarmene.

Convinco mio padre ad accompagnarmi a Bologna per il check-up mensile. Da lì il piano è tornare a Roma, dove divido un appartamento con coinquilini. Mia madre è scettica: pensa che da solo non riuscirò a cavarmela. Anch’io ho i miei dubbi, ma devo reagire.

In Sicilia mi sto spegnendo.

Il trasferimento a Roma

Ancora una volta il momento di svolta è un 24: il 24 settembre. Le prime quarantott’ore romane sono di adattamento. Mio padre mi accompagna all’ASL per attivare il medico di base e la fisioterapia a domicilio, mi aiuta a fare la spesa, a trasformare l’appartamento in una casa a misura di disabile. Dopo alcuni giorni torna in Sicilia, ma io non sono più da solo. Ci sono i miei coinquilini, disposti ad aiutarmi in tutto e per tutto. In realtà ho molto meno bisogno del loro aiuto rispetto al previsto. Sviluppo strategie per cucinare, scolare la pasta, lavare i piatti, andare in bagno. 

Riscoprirmi autonomo mi riempie di ottimismo.

Mi sento pronto a ricevere le prime visite. A ottobre casa mia si riempie di vita. Amici e colleghi vengono a pranzo o a cena, restano a studiare o lavorare da remoto, si fermano a dormire sul divano. Dato che non posso uscire, per diversi weekend la festa si sposta nel mio salotto. 

Con una cassa JBL e una bottiglia di amaro improvvisiamo serate bellissime a tema techno e karaoke. 

È un periodo sereno.

Mi trovo bene anche con i fisioterapisti: il primo a pagamento e il secondo offerto dall’ASL. La sessione quotidiana di mobilizzazione del ginocchio diventa parte integrante di una routine che, tutto sommato, non mi dispiace. 

Almeno all’inizio.

Le manovre dolci delle prime settimane non portano i risultati sperati: il ginocchio non flette più di 35-40°. Dobbiamo passare alle maniere forti e lavorare a un livello di dolore 9 su 10. Le sedute diventano così traumatiche che inizio ad avere ansia anticipatoria già dal giorno prima. Torno a prendere gli oppioidi, che avevo sospeso in modo graduale nelle ultime settimane. Il contramal mi dà nausea e vomito ma non riesce a coprire il dolore. Arrivo a piangere e urlare ogni volta che forziamo il blocco. 

Le giornate migliori sono quelle che iniziano con un messaggio dal fisioterapista: “Scusa Simo, oggi non posso venire, ci vediamo domani”.

Dopo alcune settimane così, ci rendiamo conto che non c’è niente da fare. Lo confermano anche i chirurghi di Bologna: per sbloccare il ginocchio ci vuole un altro intervento (artrolisi secondo Judet). Per farlo, però, dobbiamo aspettare il consolidamento totale della tibia.

La mia vita, intanto, inizia a ritornare a una pseudo-normalità. 

A metà ottobre trovo il coraggio di affrontare le mie personali colonne d’Ercole: i 64 gradini che mi separano dalla fermata metro di Sant’Agnese Annibaliano. Riesco ad andare con gli amici al parco vicino casa, prima in carrozzina poi in stampelle.

Inizia una fase di prime volte: la prima cena in pizzeria, il primo ballo in discoteca, il primo passo con una stampella, il primo passo senza stampelle, la prima doccia dopo tre mesi.

 

Recupero così in fretta che a dicembre riesco a riprendere le lezioni del master in presenza. Cammino dieci-quindici minuti senza fatica. Ho solo una leggera zoppia.

Per alcuni mesi credo davvero di poter tornare a una vita normale. Mi iscrivo a un corso di teatro. Il 24 gennaio affitto un ranch per festeggiare il mio trentesimo compleanno con tutta la gente che amo.

Non potrei essere più felice. Non so ancora che cinque giorni dopo mi crollerà il mondo addosso. 

 

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